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Molise 4/136 – Pescolanciano

Aggiornamento: 19 apr 2022

Stavamo viaggiando alla volta di Capracotta quando vediamo apparire un castello arroccato e, sullo sfondo, fuochi d’artificio – non così comuni in epoca di Covid. Ho detto “Ci torniamo dopo”, e ci siamo tornati.



Che bello ritrovarsi in mezzo a una festa patronale: era Sant’Anna, protettrice di Pescolanciano, e solitamente c’è una suggestiva sfilata che coinvolge tutti e 800 gli abitanti, in abiti tradizionali, con covoni di grano, quest’anno rimasti appesi ai pali e ai balconi. I vestiti belli del dì di festa, invece, come si conviene ad ogni paesello che si rispetti, non erano rimasti negli armadi, tanto che noi, coperti di stracci, davamo più nell’occhio del solito.



Tradizioni a parte, Pescolanciano ha un fascino particolare e una storia invidiabile. Alcuni pensano a una fondazione sannitica ma è più probabile che su quella enorme roccia che sbuca dal nulla ci si siano arrampicati per primi i Normanni (che popolo straordinario i Normanni). Un secolo più tardi, all’epoca di Federico II di Svevia, troviamo un suo feudatario, tale Ruggero di Pesco-Langiano (dove “Pesco” sta per peschio, ossia grande pietra), intento a distruggere, per volere dell’imperatore, mezza provincia di Isernia.



Il castello D’Alessandro, dal casato che nel Seicento portò a Pescolanciano il titolo di ducato, è una sciccheria – ma erano le 19, e quindi era inevitabilmente chiuso. C’è anche un piccolo ponte su un crepaccio profondissimo; e all’interno – che pare sia bellissimo – si trova una piccola cappella in cui Fabio D’Alessandro fece conservare le reliquie, portate da Roma, di Sant’Alessandro martire, in un tripudio di autoreferenzialità. E poi la chiesa di San Salvatore, le porte conservate dell’antica cinta muraria, le “banlieu” che sorgono sulla parete di roccia e dove un cane ci ha aggrediti (quel brivido che non guasta mai)… Insomma, una gran bella scoperta. Ma il sole già tramontava. Casa.



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