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Molise 15/136 – Trivento

È il 2020, è quasi Natale, e non ci si può non concedere un weekend in giro prima dell’ennesima chiusura. Non si molla un cavolo e – daccapo – siccome è quasi Natale, noi si va a vedere il famoso albero di Trivento. Ma a quello ci arrivo con calma.



Prima di tutto, arriviamoci a Trivento: siamo al confine con l’Abruzzo, quasi in montagna, e sotto di noi scorre il Trigno. 4600 abitanti e, soprattutto, 365 scalini, uno per ogni giorno dell’anno. È l’imponente scalinata di San Nicola, voluta nell’Ottocento per collegare la Piana, il centro storico in alto, alla moderna piazza Fontana. Faticosa, che ti chiedi come fanno le vecchiette che la popolano, ma piacevole se non altro per la cura con cui è tenuta. Il nome secondo alcuni deriva da “tribum”, parola osca per “casa”, secondo il popolo (e noi restiamo sempre fedeli al popolo) dal fatto di essere esposti a tre venti, da Nord, Est e Sud.



Municipium romano, Terventum era uno dei centri maggiori del Sannio Pentro, lo stesso della già visitata Venafro, quello con capitale Bojano. Il suo nome osco è un fottuto codice fiscale che non riesco a leggere senza ridere: Tpebintm (ovviamente copiaincollato). Romani, Longobardi, Normanni, poi gli Angioini sotto i quali fu forse costruito il palazzo comitale (che io non ho trovato, giuro, ma credo semplicemente di essere un idiota), e poi tutta la sfilza solita di signorotti locali che nessuno ricorda, tranne i Caldora, uh se erano fighi ‘sti Caldora.



Ma soprattutto Trivento è diocesi, e lo è dagli albori del cristianesimo. La sua Cattedrale, peraltro, è tra le più antiche del Molise. Consacrata nel 1076, con tanto di iscrizione a testimoniarlo, i terremoti e – diciamocelo – la totale assenza di gusto ci hanno riconsegnato una chiesa con un campanile seicentesco, altari barocchi settecenteschi e interni – i soliti interni verniciati – e facciata solo novecenteschi. Eppure qualcosa di quell’epoca, XI sec. circa, è rimasto. Ma sotto.



C’è una cripta che il parroco (sì, straordinario, era aperta) ci ha minuziosamente illustrato: sette piccole navate, come i giorni della Creazione; rivolta a Est, verso Gerusalemme, ruotata quindi di 90 gradi rispetto al rudere su cui fu eretta, un antico tempio a Diana (testimoniato da materiali di recupero romani e un’epigrafe che parla esplicitamente del tempio); affreschi duecenteschi con un diacono protomartire e una crocifissione con San Benedetto al seguito, a testimonianza di come forse anche qui come a Guardialfiera può esserci lo zampino dell’abate Desiderio; un frontone coevo agli affreschi con Trinità e delfini; le colonne romane rovesciate (base sopra, capitello sotto), così come molte epigrafi, perché “noi cristiani er paganesimo ‘o rovesciamo”. Una delle cose d’arte più belle e suggestive che si possano vedere in Molise, dico davvero.



Cripta per giunta dedicata a una mia – mia di larinese – vecchia conoscenza: San Casto, martire di Larino, compatrono di città e diocesi (quelle di Larino e, scopro con mia enorme sorpresa, quelle di Trivento). Ma che ci faceva uno dei tre martiri larinesi sul Trigno (forse al tempo erano collegate meglio Trivento e Larino)? Evangelizzava, semplicemente. Sarà martirizzato a Larino ma le reliquie torneranno in qualche modo a Trivento: chi dice subito dopo il martirio; per altri invece l’occasione si creò nell’842 quando i Lesinesi trafugarano nella distrutta città frentana le reliquie di Primiano e Firmiano… C’è un fatto però: di queste reliquie neanche l’ombra: perdute per sempre, secondo il parroco, vittime della poca delicatezza dei muratori che nel 1928 riscoprirono la cripta.



Fin qui, la tradizione triventina, la quale è così piena di contraddizioni che la metà bastano. Ma a noi frega il giusto: non sono uno storico, racconto, e quindi m’interessa la narrazione per come si è sedimentata nella coscienza del popolo. Prendiamo anche i tre santi patroni, Nazario, Celso e Vittore, e concentriamoci sui primi due ché l’ultimo, si sa, è arrivato solo a metà Settecento quando ai vescovi piaceva spargere reliquie per il mondo. Secondo il popolo fu nientepopodimeno che Sant’Ambrogio, su invito del vescovo triventino in occasione del Sinodo di Capua nel 392, a decretare la translatio delle reliquie dei Santi Nazario e Celso da Milano direttamente a Trivento. Insomma, quantomeno altisonante, ‘na roba da strabuzzare gli occhi. Forse non è vero o forse sì, a noi va bene lo stesso. Se non altro perché – attenzione al gancio – tutto questo testimonia nel popolo triventino un’abilità innata, oserei dire atavica, a “ricamare” (ma quanto sono bravo coi ganci?!).



Trivento è capitale mondiale dell’uncinetto. Lo hanno decretato le circa 130 artiste provenienti da tutto il mondo e riunitesi nel 2019 per il primo Yarn Bombing Day (googlatelo). E infatti Trivento detiene il record mondiale per il più lungo tappeto del mondo interamente ricamato a uncinetto (650 metri). Da lì è nata l’idea di un albero di Natale, apparso praticamente ovunque sui media e che solo io non avevo ancora visto dal vivo, fatto con centrini colorati. Sarò sincero: il primo colpo d’occhio è deludente; il secondo, quello che vede sommariamente il dettaglio, pure; il terzo, quello che si sofferma sul dettaglio, diventa compiaciuto; il quarto, quello intriso di pensiero eziologico, commosso; il quinto, quello che “rivaluta” il colpo d’occhio, è sbalordito, emozionato. Ne vale la pena. Casa.



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